Indietro all’Indice       

Il racconto di un’esecuzione

 I ricordi di nonna Pina sono vividi e chiari. Ha vissuto la sua prima giovinezza in un paese della Sicilia. A quei tempi, durante il Fascismo, c’era la pena di morte per i reati di omicidio.
I condannati erano fucilati nella piazza del paese.
Una bella mattina di sole di tanti anni fa, Pina si trovava a passeggiare con sua madre, quando udì un trambusto provenire proprio dalla piazza. Mi ha raccontato che allora aveva circa dodici anni e siccome la curiosità è donna, corsero a vedere cosa stesse succedendo. Quando arrivarono, si accorsero che stavano sbarrando tutta la parte centrale della piazza con delle palizzate.
Sua madre chiese informazioni a un compaesano e quello rispose che stavano facendo i preparativi per una fucilazione. La mamma voleva andar via per non assistere, ma Pina s’impuntò per rimanere e ben presto si trovarono bloccate da una moltitudine che premeva contro le palizzate. Loro due erano quasi in prima linea e potevano vedere benissimo ogni cosa.
Un drappello di soldati, armati di fucili, marciava agli ordini di un ufficiale impettito.
In fondo alla piazza, contro il muro di un palazzo, si vedeva una sedia isolata e messa lì in attesa.
A un tratto arrivò una camionetta militare e Pina vide scendere altri soldati che trascinarono un carcerato con i polsi legati dietro la schiena. L’ufficiale intimò al carcerato di sedere a cavallo della sedia e lo fece mettere con la faccia contro il muro.
Si vedeva chiaramente che il poveretto piangeva e tremava.
A quel punto il drappello si fermò alle spalle del condannato e, sempre agli ordini dell’ufficiale, i soldati rimasero immobili ai loro posti.
Tutti gli astanti erano ammutoliti e un silenzio di tomba gravava sul paese. Pareva una scena irreale, si udiva solo il ronzio di qualche mosca. Un ragazzino si era arrampicato su un palo per meglio vedere la scena. Pina, avendo capito ciò che i soldati stavano per fare, sarebbe voluta scappare lontano, ma adesso non poteva più perché era compressa contro le palizzate e comunque non si azzardava a muoversi. Continuò a guardare con gli occhi sbarrati, terrorizzata.
 Il condannato, visto di spalle, destava una pena incredibile. Continuava a piangere e a tremare tenendo la testa bassa, nascosta tra le spalle. Era la raffigurazione dell’impotenza umana contro la sopraffazione e l’ingiustizia. Pina avrebbe voluto gridare tutto il suo disgusto, avrebbe voluto urlare a quegli uomini di fermarsi, avrebbe arrestato il tempo, desiderava non trovarsi là e non assistere a quello scempio, ma era costretta a stare ferma, bloccata dall’angoscia. Non poteva fare altro che chiudere gli occhi ogni tanto, abbracciata a sua madre.
I soldati con i fucili in mano, avevano un’espressione strana. Erano pallidissimi e stringendo le mandibole, aspettavano gli ordini dell’ufficiale comandante. Quello sembrava invece imperturbabile e teneva il capo eretto con atteggiamento sdegnoso. A un tratto gridò ai suoi uomini di mettersi sull’attenti e di puntare i fucili. Alcuni soldati furono un po’ lenti, allora l’ufficiale ripeté:
“ Puntate le  armi!”  Solo quando tutti ebbero eseguito l’ordine, egli ordinò: “Fuoco!”  Da alcuni fucili partirono gli spari, da altri no, e allora ripeté: “Fuoco!” 
Il bersaglio fu centrato e il condannato fu scaraventato a terra con tutta la sedia. Aveva i polsi sempre legati e il corpo aveva dei sussulti orribili. Il comandante con fare determinato e feroce, si avvicinò a quel povero corpo e gli sparò dei colpi ravvicinati alla nuca. Dopodichè ordinò ai suoi uomini di riporre le armi e di marciare dietro di lui, lasciando il cadavere in una pozza di sangue.
Pina aveva visto tutto tremando dalla testa ai piedi. Era sempre abbracciata alla madre ed entrambe erano pietrificate dall’orrore. Vicino a loro si trovava un uomo con il figlio in braccio. Non dimenticherà mai più quel padre che, dando uno scappellotto al figlioletto, gli diceva: “ Vedi cosa succede a comportarsi male?” Quel povero bambino aveva gli occhi sbarrati, la bocca spalancata e non proferiva una parola.
Chi può comportarsi talmente male da meritare la morte da parte dei propri simili? Chi mai può avere il diritto di togliere la vita a un altro uomo anche se colpevole di centinaia di omicidi?
Pina sin da allora aveva capito che la vita non appartiene a noi. Essa è un bene che ci è stato concesso e che dobbiamo difendere. Solo Dio è il padrone della vita e della morte. Cosa c’è di più bello della vita? Forse nulla, e non ce ne accorgiamo quasi mai. Gli uomini spesso vedono solo le imperfezioni della vita. Come in un abito di gran sartoria quando è macchiato. Ci accorgiamo subito della macchia e tralasciamo d’ammirare la preziosità della linea. Così è per la vita. Le cose che non vanno le notiamo subito, siamo pronti a lamentarci di questo e di quello e non ammiriamo mai abbastanza l’incanto indescrivibile costituito dal creato.
Il poeta Eugenio Montale ha scritto d’aver spesso incontrato
“il male di vivere” in un rivo strozzato, nell’accartocciarsi di una foglia, in un cavallo stramazzato al suolo. Ho sempre pensato che bisognerebbe osservare bene il fascino di quel rivo, i colori di quella foglia, la bellezza statuaria dello stesso cavallo.
Nonna Pina, nella sua vita, ha insegnato latino e greco al liceo. Mi ricordava che il poeta latino Publilio Siro diceva che la vita è breve, ma i suoi malanni la fanno sembrare più lunga. “Bene!” aggiungeva la nonna, “Meglio sopportare tutti quei malanni che accettare che un altro uomo abbia il diritto di toglierci la vita!”